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Sette anni a tenere il fiato
ogni volta che aprivi la porta,
sette anni a fare del tuo sguardo
una casa dove non ero ospite,
ero arredamento.
Ti piaceva saperlo.
Ti piaceva alzarti la mattina
e pensare c'è qualcuno che mi crolla dentro,
portartelo in tasca come un portafortuna,
tirarlo fuori nei momenti di noia.
Non mi amavi.
Amavi il potere morbido
di essere amato così,
amavi la mia fiamma
come si ama un camino,
per il calore, non per il fuoco.
Sette anni a interpretare segnali
che tu scrivevi apposta confusi,
a cercare significati
in silenzi che non ne avevano nessuno,
o peggio, ne avevano uno solo:
quanto ancora regge?
Ed io reggevo.
Dio, come reggevo.
Costruivo cattedrali
su fondamenta che tu lasciavi
volutamente instabili,
e tu guardavi,
e sorridevi,
e non dicevi niente.
Perché dirlo avrebbe chiuso il gioco.
E il gioco eri tu
che vincevi senza giocare.
Oggi so che non eri crudele per cattiveria,
eri crudele per comodità,
che è quasi peggio,
perché significa che non ero abbastanza
neanche per meritare un villain vero.
Ero una certezza di scorta.
Un numero salvato
che non chiami mai
ma ti rassicura stia lì.
Sette anni.
E il conto non lo presento a te,
lo presento alla ragazza
che ero,
che meritava qualcuno
che avesse paura di perderla,
non la certezza di tenerla.